L’icona non definisce il Mistero, ma ci guida dentro; non illustra ma, come una finestra, lascia intravedere oltre. E’ questo il grande merito dell’arte medievale e bizantina: il rispetto e la comprensione dell’impossibilità di comunicare appieno la Realtà spirituale. Una Realtà che si tende a considerare al di là del nostro mondo, come qualcosa di lontano ed estraneo, ma che in verità permea e determina tutto l’universo, pervade il nostro mondo e la nostra vita. Tuttavia rimane discretamente nascosta e, anche per coloro che ne fanno esperienza, essa è indefinibile e ineffabile. Il sacro è per eccellenza ciò che non può essere circoscritto dalle parole. Da qui il rapporto tra il sacro e il segreto. Vi si può solo alludere, accennare, parlare per paragoni. La società medievale, tuttavia, aveva una profonda visione spirituale dell’esistenza e in ogni cosa percepiva l’impronta di un Creatore amorevolmente onnipresente.

   L’arte creata dal cristianesimo del primo millennio (diffusa nel bacino del mediterraneo e in seguito in Europa e in Russia), nasce dall’esigenza di comunicare, con un linguaggio appropriato, tale prospettiva ispirata dal Vangelo. Non va dimenticato mai, infatti, che si tratta di un’arte cristiana, nel senso più ristretto del termine; un’arte creata, sostenuta e definita dalle vicende della vita terrena di Gesù e dalla predicazione apostolica, coerente non solo nell’illustrazione degli eventi della storia sacra, ma soprattutto nella formulazione di un codice atto a svelarne il senso profondo.

   La vicenda terrena dell’uomo-Dio, infatti, ha aperto un orizzonte nuovo alla vita dell’uomo. La Sua missione redentrice viene riassunta dai Padri della Chiesa orientale con la formula: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare dio, per grazia”. Così, per il mistero dell’Incarnazione, la vita dell’uomo può partecipare alla vita divina e ripristinare in sé l’immagine e la somiglianza con cui fu creato, in principio, da Dio. Se S.Paolo può dunque affermare: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, l’uomo diventa un simbolo vivente, immagine del Dio invisibile. 

   L’arte cristiana, pertanto, pur non negando la raffigurazione antropomorfa e storica, poiché dagli eventi della vita di Gesù trae fondamento, ha in sé un carattere profondamente simbolico e astratto, che determina lo stile delle immagini fin nei dettagli. Allo stesso modo le è estranea un’arte totalmente astratta, poiché negherebbe quel principio di sacralizzazione del mondo e dell’uomo, cedendo a un’idea di separazione del materiale dallo spirituale di ascendenza manichea. Tutto infatti concorre a manifestare la gloria di Dio, e soprattutto l’uomo.

   L’icona propone la visione di ciò che già è, per effetto della Redenzione di Cristo, e di ciò che sarà, all’avvento finale del Regno di Dio, ovvero l’immagine di un mondo spiritualizzato, in cui l’uomo vi svolge il suo ruolo di cooperatore di Dio. Gli oggetti, la natura e i personaggi delle scene, però, non sono raffigurati secondo canoni naturalistici (oseremmo dire “fotografici”) poiché ciò implicherebbe dare loro un valore autonomo, una considerazione indipendente. Vedere la Natura di per sé stessa e l’uomo in quanto uomo, nella sua mera consistenza fisica e psicologica, senza cercarvi il germe divino che li sottende, non è cristianesimo. Ogni cosa ha valore solo nella misura in cui traspare il trascendente; l’uomo è raffigurato in modo che comunichi la vita dello spirito.

A tal fine due sono i modi adottati dall’icona, che potremmo equiparare ad una pars destruens e una pars costruens: la negazione di sé stessa e l’uso del simbolo. Come detto, lo stile delle icone ha uno spiccato carattere astratto e raffigura la realtà in un modo che definiremmo naif. L’ambientazione è aprospettica, i fondi piatti, le figure hanno fattezze innaturali. Tutto ciò ha lo scopo di togliere all’immagine ogni credibilità, ogni verosimiglianza. L’icona non offre alcun appiglio che possa farci scambiare per vero ciò che è solo legno, oro e colori. Non è alla tavola che deve rivolgersi il nostro sguardo, ma al raffigurato. L’illusionismo e il naturalismo le sono del tutto estranei, poiché rischierebbero di legarci alla rappresentazione, con la loro seduzione ottica. L’icona è invece un trampolino per farci fare il salto dal visibile all’Invisibile, anche attraverso l’inverosimiglianza, la piattezza, talvolta l’assurdità delle forme.

Questo aspetto innaturale, però, è inscindibile dall’aspetto simbolico. Le forme, pur nella loro stranezza, non sono lontane dalla realtà sensibile. Esse sono come trasfigurate, spiritualizzate, rese capaci di riflettere il totalmente altro. La semplificazione dona loro armonia e nobiltà, mentre la figura  non perde la propria integrità. Non ci troviamo di fronte a immagini di uomini sfigurati, menomati o schiavizzati, tantomeno davanti a brandelli umani, talvolta presenti nelle opere “sacre” contemporanee. Nell’icona l’uomo riacquista la sua dignità di essere spirituale, prima di ogni altra cosa. La geometria e il cromatismo sono ampiamente usati nei loro rimandi semantici, strutturando la composizione e le proporzioni del corpo, il colore delle vesti. Ma va ribadito che è tutta la natura che viene vista in modo simbolico, e la sua rappresentazione rinvia sempre ad una Realtà che la supera e la contiene allo stesso tempo. Le sproporzioni e l’irrealismo danno spazio all’espressione del trascendente.

   La coerenza interiore di un codice figurativo siffatto spiega anche il fascino che l’icona esercita ai nostri giorni, così assetati di autenticità. Essa incarna appieno il messaggio evangelico, tanto da poter essere considerata un’arte cristiana quasi per antonomasia. Non a caso essa è fondamentale per le Chiese ortodosse, che vi riconoscono l’espressione pura della fede attraverso un linguaggio figurativo che ha valicato i secoli proprio per la sua efficacia, frutto compiuto della vita ecclesiale, della preghiera e della liturgia. La sua estetica “primitiva”, riscoperta dalle avanguardie artistiche all’inizio del ‘900, esercita ancora il richiamo di un’arte tradizionale, artigianale nei suoi metodi e sacra nei suoi fini.

Ma la validità ancora attuale consta proprio nell’introdurci nel Mistero, non con l’ evidenza della dimostrazione matematica, né con la grandiosità sfacciata della certezza. Umilmente, l’icona suggerisce, invitandoci a entrare nella dimensione ultraterrena; ma la sua testimonianza è modesta ma non povera: il suo splendore è riflesso (seppur pallido) di quella bellezza semplice e multiforme con cui è stato fatto il mondo.

 

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