Janua
Coeli
IL solstizio d'inverno
L’anno solare si divide in due fasi: una fase ascendente, in cui l’orbita solare aumenta, e il sole, percorrendo un sempre più vasto arco di cielo, fa allungare le giornate; e una fase discendente in cui avviene il cammino specularmente opposto, ove le giornate si riducono progressivamente facendo prevalere le ore di oscurità su quelle di luce. Tali fasi sono segnate dai due solstizi in cui il sole sembra fermare brevemente il suo corso ora nel punto in cui compie la maggiore orbita dell’eclittica, il 21 giugno, ora la minore, il 21 dicembre, contrassegnando rispettivamente il giorno e la notte più lunghi dell’anno.
Lungi dal considerare il solstizio d’inverno come un periodo infausto e negativo, per la maggiore mancanza di luce, esso segna all’opposto, l’inizio della fase ascendente del ciclo solare e per questo considerato periodo favorevole e particolarmente propizio in tutte le religioni più antiche, dall’induismo all’antica Grecia, fino al mondo romano. Esso veniva chiamato “la porta degli dei”, un punto di passaggio e intensa comunicazione tra Cielo e terra, momento in cui il collegamento fra il visibile e l’invisibile è più forte. Per esso non solo gli dei si manifestavano agli uomini, ma gli uomini potevano accedere alla dimensione ultra-terrena. Il solstizio segna la rinascita della luce ed è visto nella prospettiva dell’equinozio e della primavera, altro momento di grande intensità spirituale e simbolica. Per contro, il solstizio d’estate, culmine della fase ascendente del sole, è visto in un’ottica negativa, poiché esso è la porta della fase discendente, varcata la quale il sole non può che diminuire.
Il primo mese dell’anno, a poca distanza dal solstizio d’inverno, era non a caso dedicato al dio Giano (da cui Januarius), i cui due volti guardano rispettivamente al passato e al futuro, e le cui chiavi chiudono l’anno vecchio aprendo il nuovo. Egli è il dio del passaggio e della porta.

La Madre di Dio
Il simbolismo pre-cristiano del solstizio venne assorbito dalla religione cristiana e valorizzato a tal punto da farne il momento della nascita del Salvatore. La polemica sull’influenza del paganesimo sulla religione predicata dagli apostoli si attenua se si pensa che il messaggio evangelico non viene snaturato nella reinterpretazione degli antichi simboli pagani, ma piuttosto ne riceve una maggiore chiarezza. Il cristianesimo assorbe tutti gli elementi che possono arricchirlo, e più che contaminarsi con elementi estranei alla sua dottrina, trova piuttosto terreno fertile, consonanze e analogie di pensiero.
La nascita di Gesù, che sia effettivamente avvenuta a dicembre o meno, è posta in collegamento con la porta solstiziale, ma leggermente posticipata rispetto a essa, a evidenziarne l’appartenenza alla fase della luce e dell’ascesa e non a quella dell’ombra e della discesa, poiché Egli è la luce del mondo e il Sole di giustizia. Dio si è fatto uomo poiché l’uomo potesse diventare dio, per grazia. Ed in questa frase, che racchiude tutto il mistero dell’Incarnazione, vediamo il moto di discesa dello spirituale e di ascesa del carnale, ricalcando l’analoga concezione delle antiche tradizioni.
Ma la vera porta, attraverso la quale il Verbo ha preso carne e si è manifestato al mondo, è la SS. Vergine Maria. Lei, chiamata Tuttasanta in virtù della sua Immacolata Concezione, è stata degna di tenere in grembo Colui che i cieli non possono contenere, ed ha messo al mondo Colui per il quale il mondo è stato fatto. Per ciò gli inni liturgici l’invocano così: Salve porta ex qua mundo lux est orta!

L'icona
Intesa non solo come immagine materiale di legno, oro e colori, ma come rappresentazione simbolica, e perciò efficace, del Regno di Dio, l’icona può essere considerata come una porta del Cielo. I mezzi tecnici ed estetici con cui è realizzata sono in funzione di una visione che trascende la vista, al servizio di un’immagine che, passando per le pupille, apre gli occhi dell’anima.
L’icona è il luogo del dialogo tra l’umano e il divino. Attraverso di essa si incontra l’anelito ascendente dell’uomo e il movimento discendente della grazia santificante.
Come arte ispirata, l’icona incarna una visione interiore e concretizza un’immagine spirituale. Essa sembra imparentarsi con la nostra idea dell’arte, concepita come espressione dell’individuo, oggettivazione dell’Io. Ma, come frutto di un’esperienza mistica, l’icona non partecipa dell’ambito limitato del soggettivo, non è valida solo per chi crea l’opera, ma comunica a tutti lo splendore dell’unica Verità. Per tale motivo, veri iconografi vengono ritenuti i Padri della Chiesa, i quali hanno comunicato e ispirato l’arte cristiana con l’autenticità della loro visone interiore.
Viceversa, essa è un’arte che scende dal Cielo, poiché consta di simboli che fin dalla notte dei tempi parlano all’uomo dell’Invisibile. Dire che l’icona è solo frutto della mente dell’uomo, anche ispirato, è come dire che la Liturgia della Chiesa è stata architettata a tavolino, poiché identici sono i simboli che utilizzano e medesimi gli scopi cui pervengono: la santificazione dell’uomo e la lode di Dio. Per questo essa è annoverata tra i sacramentali.
La mancanza di realismo e l’antinaturalismo sono a tal fine necessari per la comunicazione di ciò che non è di questo mondo. Essi hanno il compito di svalutare la rappresentazione, di farle perdere di credibilità, cosicché l’occhio non si soffermi su di essa e lo sguardo non si blocchi su ciò che si vede ma si innalzi su ciò che non si vede e contempli ciò che non è rappresentabile. Ogni elemento dipinto non è mai fine a sé stesso, come potrebbe suggerire una raffigurazione naturalistica, ma diventa sempre un rimando alla Realtà superiore, dipendente da una dimensione altra, poiché tutto viene da Dio e tutto a lui ritorna. Il mondo e l’uomo sono visti e raffigurati in quanto immagini e riflessi di Dio. Gli elementi visibili (il paesaggio e le architetture, ma soprattutto la figura umana e il suo volto) sono trasfigurati in modo da essere in grado di comunicare il trascendente, purificati dalla loro appartenenza alla carne e a questo mondo e capaci di rivelare lo Spirito che abita in loro.
Ma la mancanza di realismo è anche funzionale al simbolismo. L’autentico simbolismo si ha quando un concetto spirituale, non razionale, non rappresentabile in sé, trova un supporto materiale (o verbale) come unica possibilità di espressione. I numeri, la geometria, i colori, possono essere supporti adeguati alla comunicazione di tali contenuti, e per questo vengono inseriti nell’icona, non come elementi accessori, ma in qualità di colonne portanti e sostanziali all’economia dell’immagine. Per mezzo dei simboli avviene la comunicazione dell’invisibile. Una rappresentazione fotografica ”dell’uomo e del mondo impedirebbe la rappresentazione dei simboli, mentre un’immagine non realistica è appropriata ad essere modellata dal simbolo e già di per sé ha una potenzialità simbolica.
L’icona è una porta quando stabilisce un dialogo fra il fedele e il rappresentato, e quando riesce a manifestare, con i suoi specifici mezzi, il mondo ultraterreno. Essa è sacra nella misura in cui comunica all’uomo la vita divina e lo trascina al desiderio delle cose del Cielo. Commento teologico, sermone evangelico, meditazione spirituale, preghiera contemplativa, strumento liturgico, l’icona schiude gli atri del Paradiso, ci fa sbirciare nella Gerusalemme celeste, creando nel contempo un varco in cui i Santi evocati nell’immagine possano agire nella nostra vita e farci partecipi della loro gloria.