PHILOKALIA: amore della Bellezza.

Estetismo esasperato? Tutt’altro. Philokalia  è il titolo della più famosa antologia di testi ascetici e di preghiera del mondo ortodosso, particolarmente usata dai monaci del Monte Athos. Non è dunque un trattato di estetica né di arte sacra. La Bellezza amata e ricercata dai monaci, e da ogni cristiano, non è fine a sé stessa ma ha un sostanziale rapporto con la Verità e il Bene. La Bellezza è lo splendore del Vero, il modo in cui la Verità sigilla sé stessa e si autoproclama. E la Verità ha un volto: quello di Gesù Cristo, “il più bello fra i figli dell’uomo”. Al termine della Creazione Dio vide che ogni cosa era molto buona, ma potremmo anche dire che ogni cosa era molto bella, poiché il greco Kalos designa sia il bello che il buono.

 

La cultura attuale è segnata dalla profonda divisione avvenuta nelle sue discipline nei due secoli precedenti, che a stento si cerca ora di ricomporre. Fra queste, la Bellezza, analizzata nell’”estetica”, è stata la più marginalizzata, ridotta a cosa inutile e superflua, bistrattata dagli stessi artisti, dopo averla privata di ogni sostanza e ridotta a un guscio vuoto. Ciò che ne abbiamo ottenuto è stata l’incapacità dell’arte di essere uno strumento di conoscenza, un mezzo di speculazione e rivelazione. Nessuno pensa più che dall’arte si possa imparare qualcosa, non solo per il suo messaggio, ma tramite la sua stessa forma visiva. Essa è ridotta a decorazione o a provocazione.

La passione per l’icona è nata dall’attrazione per il suo stile arcano, l’apparente ingenuità, che nasconde una ferrea coerenza interiore, il senso di inafferrabilità di un’immagine che sottintende molto più di quanto mostri. L’approfondimento della spiritualità  e della liturgia ortodossa m’ha spalancato un mondo di cui l’icona era l’espressione pittorica, compenetrata nel rito e nella preghiera. La forma m’aveva fatto sospettare un contenuto che si rivelava ricchissimo.

La Bellezza  acquistava il senso pieno del suo essere Epifania.

 

A seguito di ciò, ogni altra forma d’arte contemporanea m’è sembrata uno sterile individualismo, un inutile vaneggiamento, un esercizio narcisistico, un vicolo cieco di rovelli interiori, un punto di vista troppo relativo e parziale, in una parola: autoreferenziale, impossibilitata a trascendersi.

Nell’icona c’è obbedienza e libertà, l’esperienza personale e quella ecclesiale, la propria vita interiore e l’oggettività della Realtà divina. Essa non si appaga in sé stessa, ma quale ponte verso l’Invisibile, appartiene all’ordine del simbolo e lascia intendere un Oltre inesauribile.

 

Il laboratorio nasce come luogo di approfondimento e ricerca  di quella che è l’autentica arte sacra cristiana. Autentica sia perché esprime la giusta concezione dell’arte dal punto di vista della fede, sia perchè annuncia la fede attraverso i mezzi specifici dell’arte.

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